Movimento per la Sinistra
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12 Luglio 2009

L'amore e l'odio (di classe) - in ricordo di Ivan Della Mea

Scritto da Alessandro Carrera
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Mi sono spesso chiesto se le canzoni di Ivan Della Mea, morto il 14 giugno all’ospedale San Paolo di Milano, all’età di sessantanove anni, sarebbero sopravvissute al dissolversi della fede che le reggeva. Ivan Della Mea è stato uno dei più rigorosi artisti della canzone d’autore italiana, e spesso uno dei più lirici, ma le sue canzoni hanno un rapporto inestricabile con l’epoca e l’ambiente nel quale sono nate. Come faranno i posteri a capire quale mondo stava dietro all’aura dei quartieri operai di Milano, alla poesia della religione politica o della follia che ti poteva schiantare a dispetto di tutta la fiducia nella razionalita della storia, alle interminabili discussioni a base di politica e vino, partite a scopa e linea di partito che hanno tenuto insieme tre generazioni di proletariato? La carriera di Ivan Della Mea, cantautore dopo aver fatto tanti mestieri, per non dire di altri passaggi della sua vita, da correttore di bozze a giornalista, da traduttore di gialli Mondadori a scrittore di polizieschi in proprio, da ricercatore di musica popolare a direttore dell’Istituto Ernesto De Martino, se non fosse milanese sarebbe americana. Nato a Lucca nel 1940 col nome di Luigi, fratello dello scrittore e militante socialista Luciano Della Mea (l’autore di uno dei più straordinari romanzi sulla “crisi della sinistra” ante litteram, I senzastoria del 1975), era una rara figura di intellettuale che si è fatto da sé, sguardo asciutto e parole taglienti, sentimento molto e sentimentalismo poco. Ma intorno a lui c’era anche un irripetibile impasto culturale che negli anni sessanta aveva legato la borghesia progressista all’aristocrazia operaia. Erano gli anni in cui nella mia famiglia si andava alla Scala e del Teatro Lirico grazie a biglietti comprati attraverso i dopolavoro e i sindacati, e in cui un mio zio partecipava come delegato sindacale alle riunioni del Piccolo Teatro con Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Nel 1962 avevo otto anni, e un altro mio zio magazziniere mi faceva sentire i dischi che comprava: insieme a Verdi e Ciaikovski aveva anche Enzo Jannacci e, preso a un Festival dell’Unità, Le ballate della violenza di Ivan Della Mea. Credo di aver imparato a memoria El me gatt a quell’età e in quella casa di ringhiera, e non l’ho mai dimenticata. La storia di un teddy boy di periferia (allora punk e sconvolti si chiamavano così) che rompe le gambe a bastonate a una vecchiaccia che gli ha ammazzato il gatto, e che va tranquillo in galera convinto di avere fatto una cosa giusta, era un archetipo di violenza e di innocenza, crudo come un racconto di Pavese e senza un grammo di estetismo populista. Colpiva perfino più a fondo delle canzoni di protesta vere e proprie, per quanto anche la Ballata dell’Ardizzone, dedicata a uno studente ucciso da una camionetta della polizia durante una manifestazione, fosse un modello di asciuttezza narrativa. Ivan scriveva per lo più in milanese, che è una brutta bestia. Lingua dura e che non permette tenerezze, se non temperate da pudore e ironia, fuori di Milano lo capiscono in pochi, non è mai stato un dialetto nazional-popolare. E la voce di Ivan, diretta e potente com’era, buona per un’assemblea di fabbrica, era anche un concentrato di difetti di pronuncia. Non c’è ragione di tacere questo fatto, perché va invece ammirato quello che Ivan riuscì a farne, trasformando uno svantaggio in una forza. All’inizio aveva cercato di passare le sue canzoni ad altri cantanti dell’area della sinistra, ma senza risultato. Quelle canzoni toccava a lui cantarle e tanto peggio per il bel canto. La brutalità della voce unita alla brutalità dei testi creava oggetti intrattabili. Bisogna sentire come Ivan, in Cara moglie, una delle sue canzoni piu note, anche perché era in italiano, cantava del “porco padrone” e dei crumiri che lui aveva “maledetto senza pietà”, per capire che cos’era una volta l’odio di classe (il quale, beninteso, non andava solo dagli operai ai padroni, ma anche viceversa).

 

Non c’è ragione di rimpiangere oggi quella stagione e quei sentimenti, e anche Ivan in seguito affinò il suo sguardo, che rimase ideologico ma molto meno manicheo. Quella spietatezza, però, era la stessa del giovane Dylan, che in quegli stessi anni cantava dei “padroni della guerra” con parole che oggi nessuno avrebbe più il coraggio di usare, come “spero che moriate e che la morte vi colga presto”. Nel 1978 recensii per il “Quotidiano dei lavoratori”, giornale di breve e faticosa vita, il suo disco La piccola ragione di allegria, facendo notare che nelle sue canzoni si agitava la contraddizione della sinistra ufficiale, che cercava impossibilmente di gridar rivoluzione in piazza e di venire a compromessi nel palazzo (era quella che Mario Tronti chiamava più forbitamente “autonomia del politico”). Ivan, con la sua consueta franchezza, mi rispose sull’“Unità” che gli seccava molto trovarsi in debito con me per la mia analisi. Ma non aveva bisogno di sdebitarsi. L’ultima volta che l’ho visto, a un convegno una decina di anni fa, mi disse del romanzo che aveva appena finito di scrivere (“Un giallo caldissimo, anzi torrido”), poi mi raccontò di essere stato a Recanati e di essere rimasto sconvolto nel vedere l’autografo dell’Infinito di Leopardi, scritto in un’unica stesura con un paio di correzioni. “C...o, ma che cosa gli è capitato a quello?” mi disse. “Ma deve avere avuto un flash della madonna per scrivere una roba del genere senza nanche ripensarci. Io faccio una fatica...” Se mio zio Emilio che mi faceva sentire El me gatt nella sua casa di ringhiera mi avesse mai parlato di Leopardi, l’avrebbe fatto nello stesso modo.

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