Tra ricatti, veti, ambiguità e tatticismi il "nuovo soggetto della sinistra" non riesce a uscire dalla culla«Portavoce ed esecutivo eletti dall'Assemblea costituente di Sinistra e Libertà?
Ma quando mai. Non è mica un congresso». «Delegati della medesima Assemblea eletti dagli iscritti? Piano, piano. Sinistra e Libertà non è un partito, indi gli iscritti non esistono, indi fargli eleggere i delegati risulterà ostico».
Non sono proprio le parole che ha usato ieri Riccardo Nencini, segretario del Ps e socio fondatore di SeL, ma quasi. I concetti, in compenso, sono precisi, e infatti hanno smantellato in un attimo la mediazione raggiunta dai sinistri sabato scorso, 17 ottobre, ricucendo in extremis lo strappo con cui si era concluso il vertice del giovedì precedente, 15 ottobre, forse anche in ragione della comprensibile isteria diffusasi dopo l'imprevista sconfitta di SeL nell'Assemblea dei Verdi il sabato prima, 10 ottobre, e il conseguente abbandono del percorso unitario da parte della nuova leadership integral-ecologista.
La sequenza delle date rivela quanto vicino al tracollo finale sia il progetto di SeL e spiega perché chi di SeL è sinceramente amico, ritenga impossibile chiudere gli occhi e fingere che la situazione sia men che disastrosa.
Anche perché, nonostante i ritmi frenetici da comica finale, quest'ultimo scorcio è nella sostanza omogeneo al decorso dei mesi precedenti. In giugno SeL aveva affrontato la campagna elettorale per le elezioni europee in condizioni terribili.
Schiacciata dall’arroganza dei partiti maggiori, soffocata dalla penuria di fondi, messa a durissima prova dalle pulsioni identitarie scatenatesi a sinistra dopo la rotta del 2008, bandita dai grandi mezzi di comunicazione nel silenzio complice dei tanti che considerano la parità d’accesso ai media un bene prezioso solo quando li tocca da vicino e altrimenti se ne fregano che è una bellezza.
Ciononostante, la nuova sigla aveva ottenuto un risultato, date le condizioni di partenza, più che confortante. Un milione di voti che dimostravano l’esistenza di una domanda forte e diffusa, pronta ad allargarsi a fronte di un’offerta altrettanto netta e sollecita. Di quell’offerta, nei mesi seguenti, si è però persa ogni traccia.
Fino all’assemblea di Bagnoli, in settembre, Sinistra e Libertà ha ritenuto opportuno spendere il proprio tempo in estenuanti bracci di ferro su ogni questione di qualche rilevo, e anche su parecchie che di rilievo non ne avevano alcuno.
Quanto al dopo Bagnoli, il quadro è sotto gli occhi di chiunque voglia adoperarli. Non siamo nati ieri. Questa fiera delle ambiguità, delle mezze parole, delle formule flessibili e capaci di piegarsi a interpretazioni opposte, vantava qualche robusto alibi. Bisognava evitare accelerazioni brusche, per non correre il rischio di essere sconfitti nelle assise Verdi. Però anche a velocità di crociera non è andata meglio. Occorreva stare accorti per non urtare la suscettibilità dei socialisti. Ma non è che usando tanta felpatezza le cose girino alla grande. Urgeva attenzione per le diverse e legittime ambizioni che proliferano in ogni progetto politico.
Sacrosanto, a patto che non si finisca per affossare il tutto pur di non urtare qualcuno.
E sì, certo, è evidente che nel Ps imbizzarrito convivono opzioni distinte. E’ probabile che, lavorando di fioretto, inanellando un altro centinaio e passa di mediazioni, spremendosi le meningi per inventare qualche nuova formuletta adatta all’uopo, l’Assemblea costituente finisca per varare un esecutivo e un portavoce anche con l’assenso, oggi negato, di Riccardo Nencini.
Solo che non si tratterà più di un’Assemblea ma di una cena fra amici. Pochi e tutti di stretta provenienza ceto politico. Gli altri, quel milione di elettori che nel progetto di SeL avevano creduto ma che certo non avevano concesso cambiali in bianco, di questo passo sarà grasso che cola se per dicembre riserveranno alle assise una tiepida e fuggevole sbirciatina.
Conviene ripeterlo: Sinistra e Libertà è al bivio. Deve scegliere tra il proseguire su un percorso lastricato non di pazienza e cautela ma di ambiguità e tatticismo, nel quale si muovono a piacimento tutti quelli che coltivano due o tre progetti allo stesso tempo e comprensibilmente non vogliono bruciarsi nessun ponte alle spalle, oppure esigere subito, ma con i fatti non con le parole, massima chiarezza sugli obiettivi finali, nonché sulle tappe, sui modi e sui tempi con i quali perseguirli.
Perché, è vero, bisogna guardarsi dalle fusioni fredde, ma nemmeno la temperatura più bollente può fondere aree che coltivano progetti tanto simili all’apparenza quanto diversi nella segreta sostanza. E da chi promette e si ripromette un modo completamente nuovo di fare politica sarebbe lecito aspettarsi almeno qualcosa di meno orribilmente arcaico.
di Andrea Colombo (da "gli Altri" del 21.10.09)

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